Italia e dancehall: cosa è rimasto?
Questa conversazione la conosciamo a memoria. L’abbiamo fatta decine di volte, in macchina dopo un evento, in chat alle due di notte, al bar prima di un sound clash. Sempre le stesse parole, sempre le stesse facce, sempre la stessa conclusione: la scena non è quella di una volta, qualcosa si è rotto, bisognerebbe fare qualcosa. E poi ci si saluta. Tanta retorica, poca sostanza.
Nel 2011 il documentario Pull It Up (leggi articolo) raccontava le origini e l’ascesa del movimento sound system in Italia. Restituiva l’immagine di una scena energica, vitale, in espansione. Una delle poche sottoculture musicali underground capaci di radicarsi da Nord a Sud, attraversando centri sociali, festival, yard e generazioni diverse.
Riguardare oggi quelle immagini fa un certo effetto. Non perché raccontino un’età dell’oro idealizzata, ma perché mostrano una scena che stava ancora crescendo. Una fotografia che, a distanza di oltre quindici anni, appare inevitabilmente più sbiadita.
Il problema della dancehall italiana non è che nessuno veda i problemi. È che li vediamo tutti, da anni, con precisione chirurgica - e siamo fermi lo stesso.

La diagnosi che non serve più
Sì, il Rototom se n'è andato in Spagna. Sì, molte yard storiche hanno chiuso. Sì, i tour jamaicani si sono diradati, il circuito europeo esiste ancora ma l'Italia non è più una priorità. Sì, la trap ha preso l'immaginario dei più giovani, il reggaeton ha conquistato il mercato, l'afrobeats ha attirato l'attenzione internazionale. Sì, la scena invecchia senza ricambio un generazionale visibile.
Lo sappiamo. Lo sappiamo da quando queste tendenze hanno iniziato a manifestarsi, non è stato un fulmine a ciel sereno.
Continuare a elencarle non è analisi. È un rito. Ci riuniamo intorno alla diagnosi perché la diagnosi è più confortante dell'altra domanda - quella che nessuno vuole davvero aprire.

Il vuoto che produciamo
Guardiamo la scena oggi. I nomi sui flyer, i selector ai sound, i promoter che portano avanti gli eventi. Sono i nostri compagni di strada. Alcuni di loro questa strada l’hanno aperta prima di noi. Gente che questa storia l'ha costruita con le mani, che ha conquistato spazi quando non esistevano, che ha portato artisti quando nessuno li conosceva.
Non è in discussione quello che hanno fatto.
È in discussione quello che è venuto dopo. O meglio: quello che non è venuto.
Perché una scena non muore quando invecchiano i pionieri. Muore quando il sistema non produce più nessuno che voglia entrare nel gioco.
E lì - in quel vuoto - dobbiamo smettere di guardare altrove e iniziare a guardare noi stessi. Queste domande non riguardano chi ha costruito l’impalcatura a suon di sacrifici. Riguardano maggiormente la mia generazione, quella che anagraficamente avrebbe dovuto fare da tramite con quelle a venire
Cosa abbiamo fatto, concretamente, per rendere questa scena desiderabile a qualcuno che oggi ha diciotto, vent’anni? Quali porte abbiamo aperto? Quali spazi abbiamo lasciato? Quali storie abbiamo raccontato in modo da far venire voglia di farne parte?
E soprattutto: se oggi avessimo vent’anni, ci appassioneremmo alla dancehall?
Dove la incontreremmo?
Attraverso quali artisti?
Attraverso quali eventi?
Attraverso quali coetanei?
Per molti della mia generazione la risposta era semplice. La dancehall era visibile.
Nei centri sociali. Nei sound system. Nei party. Nei festival.
Nelle reti di amicizie. Era una sottocultura che si espandeva.
Oggi un ragazzo di vent’anni non riuscirebbe a incontrarla con la stessa facilità.
E se anche la incontrasse, probabilmente non troverebbe abbastanza motivi per restarne coinvolto.
Non è nostalgia. Si parla di progetto. E se il progetto non c'è stato, o si è esaurito, allora il problema non è (solo) esterno - non è la trap, non è Spotify, non è la globalizzazione dei gusti. Il problema siamo (anche) noi. È la scena stessa, che a un certo punto ha smesso di volersi riprodurre.

La domanda che rimane
Esiste un momento in cui una scena smette di fare i conti con sé stessa e inizia a sopravvivere su rendita. Vive di memoria, di eventi che si ripetono, di un pubblico affezionato che invecchia insieme a lei. Non è necessariamente una condanna - ci sono scene che durano decenni così. Ma non crescono. Non cambiano. Non sorprendono più nessuno.
La domanda, allora, non è se la dancehall italiana sia viva o morta.
È se vogliamo che rimanga quello che è - una nicchia che resiste, dignitosa, con i suoi riti e i suoi veterani - oppure se vogliamo che torni a essere qualcosa che si allarga, che attira, che produce nuove storie.
Perché le due cose richiedono scelte diverse. E finché non siamo onesti su quale delle due stiamo scegliendo - o se stiamo scegliendo davvero qualcosa, o semplicemente lasciando che le cose vadano - continueremo ad avere questa stessa conversazione.
Tra un anno. Tra cinque. Uguale.