Quando il flex sostituisce il messaggio: la musica black e il paradosso alt right

C'è un cortocircuito che si consuma quotidianamente nelle piazzette, sui social, nelle comitive, tra ventenni che streammano musica urban e vanno ai concerti. "Remigrazione", battute razziste buttate lì come intercalari, l'uso disinvolto di "zecca" come insulto politico: parole che fino a dieci anni fa sarebbero state impensabili in quegli stessi ambienti, oggi si leggono sempre più spesso sotto i post degli artisti o delle pagine di settore, tra commenti da concerto e clip di TikTok.

 

 

Il punto non è se un genere musicale imponga un obbligo di schieramento politico a chi lo ascolta o chi lo suona.

La storia recente dimostra il contrario, e vale la pena guardarla senza ipocrisia: negli Stati Uniti 50 Cent ha festeggiato pubblicamente la vittoria elettorale di Donald Trump nel novembre 2024, dopo un rapporto altalenante col tycoon che risaliva già al 2020. Nicki Minaj, dal canto suo, si è definita apertamente "la fan numero uno" di Trump, arrivando a comparire al suo fianco a un evento del Tesoro americano a gennaio 2026 e a finanziare pubblicamente i cosiddetti "Trump accounts". Nel mondo reggaeton, Anuel AA, Nicky Jam e Justin Quiles hanno sostenuto apertamente la campagna 2024 di Trump, arrivando a salire sul suo stesso palco in Pennsylvania.

Sull'altro fronte, Bad Bunny ha preso posizione opposta, schierandosi con la candidata democratica nella stessa tornata elettorale.

 

 

Anche nella dancehall giamaicana la musica ha incrociato spesso la politica (basti il caso di Vybz Kartel, salito sul palco della convention del PNP, il partito d'opposizione, nel settembre 2024), ma oggi si tratta maggiormente di dinamiche interne alla politica caraibica, più che di adesioni ideologiche vere e proprie come quelle di Max Romeo e artisti della generazione precedente.

Il mondo della musica black, insomma, non è monolitico, e sarebbe ingenuo pretenderlo. Vale per gli artisti, vale per i fans.

Quando si parla però di culture importate, prese “in prestito” qui in Occidente, il discorso si complica ulteriormente e va affrontato con il dovuto rigore.

In Italia lo scollamento tra artisti che rivendicano il background delle culture di strada e le fandom è già emerso con chiarezza da anni. Salmo, Gemitaiz, Inoki, Ghali - per citarne alcuni - hanno più volte sentito l'esigenza di esprimersi su questioni sociali - come l’antirazzismo - per mettere chiari alcuni paletti, il perimetro, all'interno dei quali poggia l'essenza della loro musica. Che dovrebbe essere data per scontata. Forse. Perché la reazione di una parte del pubblico a queste prese di posizione rappresenta proprio il paradosso di cui parliamo: fan che si dichiarano delusi, pentiti di anni di ascolto, e persino chi rivendica con orgoglio posizioni di estrema destra senza avvertire alcuna contraddizione nell'ascoltare la stessa musica nata come voce di chi quella destra l'ha avuta sempre contro.

Musica che non deve e non vuole essere necessariamente etichettabile come "di sinistra". Ma che con certi temi è semplicemente incompatibile.

Non serve scomodare l'epoca, ormai lontana, delle posse e della musica black intesa come strumento di lotta politica. Il problema sta alla radice dell’impianto culturale: fino a una quindicina d'anni fa, per chi si riconosceva nelle culture di strada, che fanno dei sound system, del writing, dei party non autorizzati i propri elementi fondativi, la destra “law and order” era percepita come estranea alla maggior parte di quegli ambienti, anche quelli meno politicizzati. 

In altre parole: non era considerata un opzione.

Non bisognava necessariamente essere un "comunista" o un "anarchico": bastava vivere per strada, fare i conti con gli sgomberi, con le perquisizioni, con la polizia che scioglieva i party pirata, con l’autogestione come unica via per avere uno spazio. L'autoritarismo, il securitarismo, la retorica dell'ordine pubblico da sempre sono il nemico naturale di chi pratica quelle culture come stile di vita, non come colonna sonora per un contenuto social.

 

 

Oggi la musica urban ha cambiato indirizzo: dalla strada al privé, dai muri scrostati dei club underground ai tavoli con bottiglia. È un'evoluzione fisiologica, e in parte anche positiva: un genere che arriva a un pubblico più ampio, che smette di essere una nicchia chiusa per pochi iniziati, è un genere che ha vinto la sua battaglia culturale. Ma il prezzo di quella vittoria è stato lo svuotamento del contenuto: la musica vissuta come estetica, appunto, non più come pilastro identitario di una sottocultura che si oppone a un sistema che ritiene ingiusto.

In questo vuoto si è inserita una destra radicale che ai ventenni di oggi arriva travestita da "antagonismo", da posizione scomoda e ribelle contro un establishment percepito come moralista e sordo. Ed è qui che gli ambienti "progressisti e libertari", anche quelli più radicali e meno istituzionali, hanno una responsabilità comunicativa enorme: temi che non ammettono compromessi - lo ribadiamo qualora fosse necessario — come diritti, accoglienza, antirazzismo, sono stati troppo spesso declinati in tono isterico, predicatorio, distante dal linguaggio reale di chi ha vent'anni e vive in periferia o in provincia. Una comunicazione che ha finito per essere identificata, nel dibattito pubblico, a elementi associati al cosiddetto "woke": un impianto ideologico che negli ultimi anni si è concentrato maggiormente su come si dovesse parlare, quanti asterischi mettere in un testo, quale statua andasse rimossa o imbrattata, senza mai porsi davvero la domanda su cosa manchi concretamente a un giovane di periferia: lavoro, prospettive, spazi, ascolto.

Per reazione, si è affermata la sua ideologia speculare: cinica, di pancia, più immediata da abbracciare per chi non ha gli strumenti per leggere la complessità del reale. Il risultato è che nel 2026 per un giovane è più semplice scegliere la scorciatoia della polarizzazione, e trova nell'alt-right memeficata, tradotta in slogan beceri "social ready", l’unica forma disponibile di "essere contro". Si arriva così al paradosso dentro il paradosso: i temi della destra radicale vengono percepiti dai giovani come "punk", come ribellione antisistema contro l’establishment, quando non sono altro che l’espressione più volgare di una parte politica reazionaria e storicamente ostile all’autodeterminazione, ai diritti conquistati, alla libertà di espressione. Nulla di più distante dalle street culture.

Non è un problema che si risolve con un post indignato o con la scomunica del trapper di turno. Si risolve, forse, riportando la memoria di cosa fossero davvero quelle culture prima che diventassero un genere musicale come un altro: una postura verso il mondo, prima ancora che un suono.

Forse il problema non è che i ragazzi ascoltano la musica sbagliata.

È che ascoltano una musica di cui nessuno ha più raccontato la storia.