Mainstream e dancehall: appropriazione o tributo?
C'è un meccanismo che si ripete. Una cultura nata ai margini produce qualcosa di dirompente - un suono, un ballo, un'estetica. Il mainstream la intercetta, la leviga, la vende. I nomi che contano diventano altri. Gli originali restano al palo. La dancehall lo sa bene. Lo sa da decenni.
Non è la prima volta
La dancehall non è solo un genere musicale: è un sistema culturale complesso, nato nei ghetti di Kingston su impulso della scena dei sound system. Ha una propria economia, una propria estetica, una propria lingua. Produce musica, ballo, moda, slang. È autosufficiente, stratificato, vivo.
È esattamente il tipo di cultura che il mainstream ha storicamente trovato irresistibile - e puntualmente faticato creditare.
Il pattern è noto. Negli anni ottanta il reggae giamaicano aveva già fertilizzato il pop internazionale in modo massiccio, spesso senza che nessuno sentisse il bisogno di dirlo ad alta voce. Con l’avvento della dancehall music contemporanea il processo si è intensificato: la sua influenza ha attraversato il reggaeton latino (con cause legali ancora in corso), l'R&B americano, l'afrobeat, il pop, fino ai tormentoni estivi europei costruiti interamente su sonorità giamaicani. La questione non è se la cultura musicale viaggi - viaggia da sempre, è nella sua natura. La questione è chi prende i crediti quando arriva a destinazione.

2015: Sorry e le dodici storie invisibili
Novembre 2015. Justin Bieber pubblica il video di Sorry, singolo dall'album Purpose. La coreografia è di Parris Goebel, neozelandese, già collaboratrice di Jennifer Lopez e Nicki Minaj. Il video diventa virale in pochi giorni. Centinaia di milioni di visualizzazioni. Il mondo pop celebra le coreografie come qualcosa di fresco, nuovo, diverso.
Il video conteneva una serie di step e move tipici della tradizione old e middle school dancehall. Per chi quella cultura la vive ogni giorno, non c'era niente di generico in quei movimenti. Ogni passo aveva un nome. Ogni nome aveva un autore.
Quando Rolling Stone pubblicò un'intervista con Goebel chiedendole da dove venissero quei movimenti, lei rispose che la sua unica ispirazione era la musica, il feeling del momento, il contesto e le persone - senza fare il nome della Giamaica, senza menzionare la dancehall, senza nominare nessuno.
Per la comunità dancehall, quel silenzio pesava quanto un macigno.

Il catalogo della memoria
Due insegnanti di dancehall, Orville Hall e Queen Latisha, decisero di rispondere a modo loro: pubblicarono un articolo in cui identificavano ogni singolo step presente nel video, restituendo il credito ai rispettivi creatori.
L'elenco era preciso: Tempa Wine (Kartoon), River Nile (Endeavourers), Gully Slide (Kadillac), Gully Creeper (Ice), Boassy Bounce (Blaazay), Over Yuh Head (John Hype), Call Dung Di Rain (John Squad), Cow Foot (Shelly Belly), Muscle Wine (Rachel Sherlock), Bogle Waistline (Gerald "Bogle" Levy), Badda Wave (Raddy Rich & Cosmic Elite), Bruck It Down (Kishauna Bless dei Vybe Ihatas).
Dodici passi. Dodici persone reali che hanno lavorato ogni singolo giorno della loro vita per tenere in vita una cultura. Nessuno di loro aveva un contratto con una major. Nessuno di loro appariva nell'articolo di Rolling Stone.

La risposta di Goebel
Goebel non si sottrasse al dibattito. Attraverso un post su Facebook spiegò che il suo utilizzo di quei movimenti nasceva da enorme rispetto e passione per la Jamaica, che molti dei suoi amici più stretti erano insegnanti di dancehall e che aveva dedicato buona parte di quell'anno a studiare la cultura. Sull'opportunità con Bieber, disse che aveva pensato di poter usare quella visibilità per portare la dancehall in un contesto commerciale globale e darle più luce.
Anche Mr. Vegas, una delle voci più autorevoli della dancehall jamaicana, prese le sue difese: disse di conoscerla personalmente e di sapere che amava il genere. Ma aggiunse che avrebbe potuto specificare i nomi degli step, per essere più precisa.
È una distinzione che vale la pena sottolineare. Non è una questione di intenzioni - e probabilmente le intenzioni di Goebel erano genuine. È una questione di metodo. Conoscere una cultura a fondo significa saperla nominare, soprattutto quando si è sotto i riflettori di Rolling Stone.
Un problema strutturale
Come emerse nel dibattito di quei giorni, la frustrazione della comunità non riguardava tanto l'uso dei movimenti in sé, quanto il contrasto tra la celebrazione della dancehall in un video pop globale e la sua continua marginalizzazione nella vita reale - con tutto ciò che questo comportava per la società caraibica.
È un meccanismo che va oltre il singolo caso. Gli artisti mainstream non sempre si "impossessano" di una cultura per "cattiveria". Lo fanno spesso per affinità genuina, per ammirazione, talvolta per amore. Ma il risultato pratico non cambia: l'estetica viene estratta, il contesto rimane ignorato. Il genere diventa texture. I suoi creatori restano anonimi.
Nella dancehall questo si vede su più livelli. Sul piano musicale, i riddim giamaicani circolano nel pop globale in centinaia di versioni e remake. Sul piano della danza, i passi vengono ripresi, copiati, insegnati in milioni di tutorial - spesso senza che la parola "dancehall" compaia mai. Sul piano dell'estetica visiva, lo stile dei dancehall ravers - il modo di vestire, i capelli, il trucco - è stato metabolizzato dall'industria della moda e dello spettacolo senza lasciare tracce di provenienza.

Una questione di riconoscimento, non di confini
La circolazione culturale non è il problema. Il motto della Jamaica è “Out of many, one people”, a testimonianza di come persino l'identità di un popolo possa essere figlia del blend tra differenti culture ed etnie. La dancehall - dalla musica al ballo - è sempre stata meticcia, porosa, capace di assorbire influenze e restituirle trasformate. Una cultura che non si conserva sotto vetro.
Il problema è l'asimmetria. Quando chi prende ha a disposizione un palcoscenico enorme. E chi ha creato spesso non ce l'ha.
Orville e Latisha hanno dimostrato che bastava un articolo per rimettere dodici nomi al loro posto. Senza budget, senza major, senza ufficio stampa. Solo memoria e rispetto.
Non è molto. Ma è esattamente quello che spesso manca.