Dancehall vs Reggaeton: la causa Steely & Clevie va a processo e le major tremano
A Los Angeles un giudice federale ha appena deciso che non toccherà a lui chiudere la partita. Da quattro anni Steely & Clevie hanno intentato una causa legale contro i colossi della musica latina. L'oggetto del contendere è la paternità del ritmo Dem Bow. Per Bad Bunny, Daddy Yankee e altre 160 controparti un ritmo non si può possedere. Il 2 luglio 2026, Birotte ha rimesso tutto nelle mani di una giuria - ed è forse la causa più importante che la musica caraibica abbia mai portato in un'aula americana.

Ci sono cause che si vincono o si perdono. E ce ne sono altre che, semplicemente, riscrivono le regole del gioco. Browne v. Donalds - il nome ufficiale, anonimo e quasi casuale, di quella che tutti chiamano "il caso Steely & Clevie" - appartiene alla seconda categoria. Da quattro anni un tribunale federale di Los Angeles è chiamato a rispondere a una domanda che suona quasi filosofica: un ritmo può avere un proprietario?
La risposta, qualunque sarà, non resterà confinata alle pagine di una sentenza. Toccherà centinaia di milioni di ascolti su Spotify, decenni di hit planetarie, e - soprattutto - il modo in cui la musica caraibica viene riconosciuta, citata e pagata quando il resto del mondo se ne appropria.

La storia: da un B-side giamaicano al ritmo che ha conquistato il pianeta
Tutto comincia nel 1989, in uno studio giamaicano, con una traccia strumentale: "Fish Market", firmata dai produttori Cleveland "Clevie" Browne e dal compianto Wycliffe "Steely" Johnson. Un anno dopo diventa la base di "Dem Bow", il successo di Shabba Ranks da cui quel ritmo prende il nome con cui lo conosciamo oggi: il dembow.

Da lì non si ferma più. Attraverso il "Pounder Riddim" del produttore Dennis "The Menace" Halliburton quel pattern attraversa il Mar dei Caraibi, arriva a Panama, sbarca a Porto Rico. E lì, tra gli anni Novanta e i primi Duemila, diventa l'ossatura ritmica di un genere che il mondo non aveva ancora un nome per chiamare: il reggaeton.
Trent'anni dopo, quel ritmo è dappertutto. È in "Gasolina" di Daddy Yankee, il brano che ha sdoganato il reggaeton contemporaneo a livello globale. È in "Despacito", con Justin Bieber, il singolo che per quasi quattro mesi ha tenuto la vetta della Hot 100. È in "Mía" di Bad Bunny e Drake, in "We Are One" di Pitbull, in "Taki Taki" di DJ Snake. Secondo alcune stime accademiche, fino all'80% della produzione reggaeton porta, in un modo o nell'altro, l'impronta di quel riddim.
Ed è qui che la storia smette di essere solo musicale. Nel 2021 gli eredi di Steely e Clevie avviano un'azione legale, poi consolidata nel 2023 in un'unica causa monstre contro oltre 160 convenuti: non solo artisti, ma anche produttori, etichette discografiche e tutte e tre le major - UMG, Sony Music, Warner.
L'accusa: oltre 1.800 brani reggaeton avrebbero copiato, senza mai chiedere licenza né pagare un centesimo, il pattern percussivo di "Fish Market". Tra i 56 brani citati specificamente negli atti, oltre ai già menzionati "Gasolina" e "Despacito", compaiono nomi come Bad Bunny, J Balvin, Karol G, Rauw Alejandro e Stefflon Don.

Il film della causa, anno per anno
Maggio 2024. Il giudice André Birotte Jr. respinge le mozioni di archiviazione presentate in massa dai convenuti. È presto, dice, per stabilire se gli elementi musicali contestati siano davvero originali: la causa va avanti.
Gennaio 2025. La difesa tenta una mossa diversa, chiedendo la ricusazione dell'avvocato di Steely & Clevie, Garth Clarke. Birotte respinge anche questa istanza, definendola infondata.
Ottobre 2025. Nuovo round, nuova sconfitta per i convenuti: il giudice respinge le mozioni riguardanti i diritti sul "Pounder Riddim" e sul "Pounder Dub Mix II", stabilendo che la pretesa di Steely & Clevie è legalmente valida - anche se la registrazione del copyright su quest'ultimo brano è arrivata, in una "circostanza ristretta" ammessa dal giudice, dopo l'avvio della causa stessa.
26 Settembre 2025, l'udienza che pesa di più. È il giorno delle mozioni incrociate per il giudizio sommario - il momento in cui ciascuna parte chiede al giudice di chiudere la partita prima ancora che arrivi una giuria. In aula, gli avvocati della difesa - Ken Freundlich per Bad Bunny, Benjamin Akley per il resto del fronte - insistono che il pattern rivendicato non esiste identico in nessuna singola opera, ma sarebbe un collage costruito a posteriori, pescando elementi da registrazioni diverse per cucire un'opera che, dicono, non è mai esistita come tale. Birotte non si sbilancia. "Devo decidere come questione di diritto," dice, "quando ho un esercito di esperti che si spara addosso a vicenda." Promette una decisione entro fine gennaio 2026. Quella scadenza scivola, poi glissa ancora. Per mesi, silenzio.
2 luglio 2026, il verdetto che rimanda tutto. Birotte emette finalmente la sua decisione sul giudizio sommario - e la decisione è di non decidere. Non sarà un giudice a stabilire chi ha inventato il dembow: la questione, troppo densa di tecnicismi musicologici e opinioni esperte in conflitto, appartiene a una giuria. "Abbiamo raccolto opinioni esperte contrastanti," afferma Birotte, precisando che il merito - composizione, originalità, paternità ritmica - eccede la competenza di un tribunale e va rimessa a un processo vero. Il caso va a giudizio.
Si può possedere un ritmo? Il nodo che divide gli esperti
Spogliata dei tecnicismi, la disputa si riduce a una domanda sorprendentemente semplice, e per questo difficile: un ritmo può essere soggetto a copyright?
La difesa, guidata dallo studio Pryor Cashman, ha una risposta pronta: da nessuna parte, perché quel pattern non è un'invenzione ma un prestito. Cassa e rullante che si rispondono nel classico schema habanera esistono da secoli, dicono, e attraversano salsa, jazz, calypso, persino la musica sacra giamaicana.

C'è di più: nel 2005 erano stati gli stessi Steely e Clevie, in un'intervista oggi tornata utilissima alla difesa, ad ammettere di essersi ispirati al "Poco beat" delle funzioni pentecostali - un'origine confermata, sostengono i convenuti, dal titolo stesso della versione vocale di "Fish Market": "Poco Man Jam". L'etnomusicologo Wayne Marshall, tra gli esperti della difesa, lo scrive senza giri di parole nella sua relazione: Steely & Clevie non hanno inventato nulla che non fosse già lì.
Dall'altra parte del tavolo, gli avvocati di Doniger Burroughs ribaltano la prospettiva. Non è nei singoli mattoncini - la cassa, il rullante, il charleston, presi uno per uno - che si trova l'originalità di "Fish Market", dicono, ma nella loro specifica selezione e disposizione, in quel modo particolare di metterli insieme che nessuno aveva mai trovato prima.
A sostegno arriva la dichiarazione del compositore giamaicano Peter Ashbourne-Firman, formatosi al Berklee College of Music, con crediti che vanno da Bob Marley a Paul Simon: nella sua analisi forense, nessuna opera precedente al 1989 presenta - combinati - gli stessi elementi ritmici e di basso di "Fish Market".

Le battute più dure dell'aula
Il fascicolo dei querelanti gioca anche un'altra carta, forse la più scomoda per la difesa: le parole degli stessi protagonisti del reggaeton. Secondo gli atti, Daddy Yankee avrebbe definito il riddim "creativo e fonte di ispirazione" - "questo ritmo di batteria è ciò che ci ha ispirato", le sue parole riportate in causa. Wisin & Yandel lo avrebbero descritto come "totalmente originale".
Il produttore DJ Nelson ne avrebbe attribuito esplicitamente la paternità a Steely & Clevie, ricordando come fu Shabba Ranks a renderlo celebre con "Dem Bow". Parole pronunciate, probabilmente, senza pensare che un giorno sarebbero finite negli atti di un tribunale federale.
Cosa succede adesso
La strada è tracciata: processo davanti a una giuria, salvo accordo dell'ultimo minuto tra le parti. Ed è proprio quella la variabile più imprevedibile. Con 160 convenuti, tre major e un catalogo da 1.800 brani sul tavolo, la pressione a trattare è enorme - da entrambe le parti. Un processo potrebbe durare anni e costare decine di milioni in spese legali.
Ma un accordo stragiudiziale, per quanto probabile, difficilmente verrebbe reso pubblico nei dettagli, e lascerebbe senza risposta la domanda che questo caso ha sollevato.
Perché il punto non è solo chi vince. È "cosa succede se vincono Steely & Clevie"..: la possibilità concreta di rivendicare la paternità - e quindi le royalty - su un pattern ritmico che un genere intero considera, da trent'anni, patrimonio comune. Con effetti che, teoricamente, potrebbero risalire indietro nel tempo fino alle prime hit reggaeton degli anni Novanta.
Una bomba ad orologeria per l'industria discografica latina.
L'avvocato di proprietà intellettuale Roderick Gordon, che segue il caso da fuori senza esservi coinvolto, lo dice senza mezzi termini: qualunque sia l'esito, la sentenza farà scuola. In un'epoca in cui sample, interpolazioni e riddim condivisi sono pratica quotidiana in mezzo mondo della musica nera - dalla dancehall all'hip hop, dall'afrobeat alla trap - il caso Browne v. Donalds potrebbe finalmente dire, per la prima volta in modo chiaro, dove finisce l'influenza culturale e dove comincia il furto.
O magari, semplicemente, dimostrare che tra le due cose il confine non è mai stato così netto come ci piacerebbe credere.