La voce di Kingston che conquistò Brooklyn: Burro Banton, Bobby Konders e il ponte che cambiò la dancehall
C'è una notte del 1984 che vale come nascita di una leggenda. Sul palco di un sound clash a Kingston - quel rituale di guerra sonora dove l'onore di un intero sound system si gioca a colpi di dubplates e speech al microfono - le liriche di Burro Banton "uccisero" il Volcano, il potentissimo sound di Henry "Junjo" Lawes, portando alla vittoria il Killamanjaro. In una città dove i sound system erano gerarchia, politica e identità di quartiere tutto insieme, battere il Volcano di Junjo Lawes equivaleva a scalare il vertice. Donovan Spalding - classe 1956, West Kingston - aveva appena scritto il proprio nome nella storia.

Quello che nessuno poteva immaginare, quella notte, era che quel nome avrebbe attraversato l’Atlantico e trovato casa a Brooklyn. Che la voce più rauca della dancehall jamaicana sarebbe diventata parte integrante dell'identità di una delle etichette più influenti di New York. E che il ponte costruito con un dj di Flatbush avrebbe contribuito a portare il dancehall nella rotazione di Hot 97, una delle radio hip-hop più ascoltate d’America.
Il titolo si conquista
"Banton" non è un cognome. È un titolo. In Giamaica significa campione di liriche, “storyteller”, e non si eredita: si conquista. Il soprannome "Buro" lo seguiva dai tempi della scuola, "Banton" era un riconoscimento tributato a chi sapeva dominare al microfono.
La sua carriera iniziò nel 1976, quando debuttò come DJ a un talent contest allo Skateland di Kingston. Un ragazzo di West Kingston che saliva su un palco per la prima volta. Da lì, la gavetta nel circuito dei sound system: resident DJ del Gemini, poi il legame con il Volcano di Junjo Lawes, dove si esibiva accanto a Peter Metro, Little John, Billy Boyo e Ranking Toyan. Con Junjo entrò in studio per il debutto su vinile, l'album Buro del 1983 - un disco “oscurato” dal fenomeno Yellowman che in quel momento dominava la scena, lasciando nell'ombra artisti di valore assoluto.
La sua voce era anomala per gli standard del tempo: profonda, rauca, quasi minacciosa. Nei primi anni Ottanta, quella voce così peculiare circolava quasi solo su yard tape - le registrazioni amatoriali che si passavano di mano in mano nei quartieri. Poi arrivò il clash del 1984, e tutto cambiò.
Dalla yard alla Grande Mela
Burro rimase rilevante durante la metà degli anni Ottanta, all'alba della rivoluzione digitale innescata da King Jammy. In quell'era di riddim campionati e drum machine, la sua voce teneva il campo contro le mode. Lasciato il Volcano, passò al Stereo Mars, schierandosi fianco a fianco con Tenor Saw, Cocoa Tea, Major Worries, Supercat e Nicodemus - in pratica, lo “stato maggiore” dei deejay dell’isola.
A inizio anni Novanta, Burro Banton era già a New York. Affrontò la propria condizione di immigrato jamaicano in un remix del classico di Shinehead Jamaican in New York, toccando ironicamente il tema della legalità della propria residenza negli USA. Era un artista che sapeva dove si trovava, e cosa significava essere lì. Fu in quel momento che incontrò Bobby Konders.

Il costruttore di ponti
Per capire cosa rappresenta Massive B bisogna capire chi è Bobby Konders - e da dove viene. Cresciuto a Flatbush, Brooklyn, da genitori di origini trinidadiane e irlandesi, Konders fu immerso fin da bambino in un quartiere dove reggae, hip-hop, house e dancehall convivevano senza steccati. Non era un osservatore esterno della cultura caraibica: era cresciuto a stretto contatto con essa, in uno dei crocevia più fertili della diaspora.

Negli anni Ottanta lavorava a WBLS, sotto la leggenda DJ Frankie Crocker. Ascoltava, imparava, produceva. Fondeva dub jamaicano e house underground in un sound che non esisteva ancora. Nel 1990 avviò la pubblicazione di musica dancehall tradizionale con la propria etichetta, Massive B - il primo 45 giri fu Winner Takes All di Half-Pint.
Bobby capì presto il potenziale del crossover. Prese un Super Cat già star in Jamaica e, insieme a un giovanissimo Salaam Remi, costruirono il remix hip-hop di Ghetto Red Hot - che lo portò in cima alle classifiche urban americane. Era il 1992.

Salaam Remi, che avrebbe poi prodotto multi-platino per Nas, Fugees e Amy Winehouse, ha sempre dichiarato che quella fu la sua vera partenza: "Bobby chiamava e diceva, 'Vieni in studio a fare un remix, ti do mille dollari. Da universitario di 18 anni... cosa rispondere?”
Nel 1992 Konders fondò ufficialmente il Massive B Sound System, con Jabba - promoter del Bronx - come partner. Da lì a breve la svolta: grazie a Funkmaster Flex entrarono a Hot 97, conquistando una fascia domenicale in prima serata sulla stazione hip-hop più influente di New York. La dancehall aveva trovato una nuova casa.
In questo ecosistema Burro Banton trovò la sua dimora americana. Negli anni 90 stava già registrando per la label di Brooklyn. E con Konders produsse il brano che avrebbe definito la sua eredità globale.
https://deadlydragonsound.com/records/burro-banton-boom-wah-dis-7959/

Boom Wah Dis, prodotto da Bobby Konders nel 1993 per la label Step Sun, è classificato dagli archivi come un "Huge early 90s NY scorcher". Una dichiarazione di identità in forma di arma lirica: nessuna concessione alla melodia, solo quella voce bassa e roca che piomba sulla strumentale come un macigno.

La compilation NYC Badmen del 1993 fotografa il contesto preciso: Burro Banton accanto a Jr. Demus, Nardo Ranks, Shaggy e al remix hip-hop di Ghetto Red Hot - un documento musicale che consacra il momento esatto in cui la dancehall jamaicana e la street culture afroamericana si guardarono negli occhi e decisero di parlarsi seriamente.
Una family. Un ponte tra culture.
Il rapporto con Massive B non fu una collaborazione episodica. Divenne strutturale. Da allora, Burro è rimasto parte del nucleo creativo del sound system insieme a Bobby Konders e Jabba. Non come artista in roster, ma come co-identità del progetto.

La compilation "Chapter 1: Massive B Early Dancehall Productions 1991–1996" si apre con un intro firmato congiuntamente da Massive B e Burro Banton - un dettaglio che non è scenografia, ma dichiarazione di appartenenza.
La domenica sera di Hot 97 diventò il canale di consacrazione per chiunque volesse arrivare al pubblico americano: Shaggy, Bounty Killer, Sean Paul. Massive B aveva aperto quello porta.
Il ponte tra Kingston e New York che Bobby Konders costruì negli anni Novanta non era di cemento e acciaio. Era fatto di riddim, di 45 giri, e di una voce rauca che sapeva esattamente dove stava andando.
Sources: (Burro Banton, Henry "Junjo" Lawes, Killamanjaro); AllMusic biography (Burro Banton); Red Bull Music Academy Daily, "System Clash: Massive B" (maggio 2013); The Reggae Museum; Discogs (NYC Badmen, Dancehall Productions 1995–1998); massiveb.bandcamp.com; Deezer/Massive B artist page.