Burnin' and lootin': l'Italia "scopre" le periferie
Sabato 17 ottobre, corteo contro carovita, benzina, tasse, scuola e sanità. Finisce in scontri in centro. Domenica 18, altri gruppi, giovanissimi, sfondano vetrine e saccheggiano negozi e supermercati. Idranti e lacrimogeni. I video li hai visti. Non c'è bisogno di descriverli. Due episodi differenti, nello stesso tritacarne mediatico. Il punto non è se condannare o no. I saccheggi ci sono stati, i danni pure. Il punto è cosa fai dopo che hai contato i vetri rotti.

Viviamo di racconto della Milano internazionale, della fashion week, degli aperitivi, del lusso. Poi in un weekend il centro si riempie di ragazzi che quella Milano non la vedono mai, se non da fuori.
La distanza non si misura solamente in chilometri. È questione di accesso. Scuole, trasporti, casa, spazi dove stare, lavoro che non sia a tempo determinato di due mesi. Se vivi in certi quartieri, il futuro non è più difficile. A volte un futuro non riesci proprio a immaginarlo. Adesso prova a guardare questo divario con gli occhi di un adolescente. Da una parte la fast life, il consumo ostentato, una città che sembra promettere tutto. Dall'altra, la sensazione di non avere accesso a niente di tutto questo. Quella distanza è un pugno che ti colpisce in faccia ogni giorno. Qualcuno obietterà: "È il capitalismo, baby". Già. Un sistema costruito e difeso da quegli adulti perbene che oggi si scandalizzano davanti ai suoi "prodotti" più scomodi. Un sistema che alimenta disuguaglianze, marginalità e frustrazione, salvo poi stupirsi quando prendono forma in qualcosa che non si può più ignorare. Finché i suoi “mostri” restano confinati nelle riserve indiane, tutto sembra sotto controllo. Il problema comincia quando attraversano la città e diventano impossibili da ignorare. Non vuol dire che chi cresce in periferia automaticamente va a spaccare vetrine. La stragrande maggioranza non lo fa. Ma se di fronte a certi eventi elimini le condizioni materiali da ogni analisi, stai facendo finta di non vedere la realtà.
E chi si occupa di musica, di street culture, con la realtà ha il dovere di sporcarsi le mani quotidianamente. Media e commentatori, come sempre, hanno la spiegazione pret à porter: sono stati gli infiltrati. Arrivati da fuori per rovinare la protesta. Può darsi che qualcuno abbia approfittato del corteo. Ma "infiltrati" è una parola troppo comoda per chiudere tutto e lavarsi la coscienza. Chi erano questi ragazzi? Quanti anni avevano? Da dove venivano? C'era un piano o c'era imitazione, noia, opportunismo, voglia di farsi un video?
Oltre 30 anni fa, il capolavoro cinematografico “La Haine” narrava la complessità delle banlieue francesi.
Anni di gentrificazione e politiche sociali inadeguate hanno contribuito ad alimentare sacche di conflitto sociale anche nelle metropoli italiane. Ottime per speculare nei talk show televisivi di fronte a qualche episodio di cronaca dei maranza o per puntare il dito sui testi del rapper di turno. Il tutto nella quasi totale indifferenza delle istituzioni, sempre troppo impegnate a ideare provvedimenti repressivi e quasi mai a mettere in campo iniziative capaci di intervenire sulle cause di quella frattura sociale. Salvo poi “sorprendersi” quando le stesse periferie esplodono mettendo a nudo tutte le contraddizioni irrisolte. Smettiamola, poi, di parlare di seconde e terze generazioni come fossero alieni. Sono ragazzi nati qui, cresciuti qui. Il loro disagio e la loro rabbia sono al 100% made in Italy.
A Milano, per qualche ora, si è rotto un argine. Non sappiamo se dietro quei gesti ci fosse una "motivazione" comune. Ma quello che è successo dovrebbe rimettere al centro un interrogativo che la cronaca tende a lasciare sullo sfondo: quale distanza separa una parte dei giovani delle periferie dalla Milano delle vetrine e del lusso?

Le cause, gli effetti, la narrazione tossica. Una protesta che sparisce.
Sabato c'era una piazza con rivendicazioni precise: lotta al carovita, welfare e scuola. Dopo gli scontri, il racconto si è rapidamente spostato su sicurezza e ordine pubblico. Le violenze sono diventate il cuore della notizia; le ragioni della protesta sono passate in secondo piano.
Funziona sempre così. Le immagini di una vetrina rotta girano in 10 secondi. Spiegare perché una famiglia non riesce a pagare l'affitto richiede tempo.
Un atto circoscritto a una minoranza cancella i temi della protesta. E la discussione vera viene rinviata.
E cancella anche le manganellate subite da quegli studenti minorenni che coi saccheggi non avevano nulla a che fare. La violenza che fa notizia è a senso unico.
Sulla gestione dell'ordine pubblico, Sala e Piantedosi si sono rimpallati le responsabilità. Al netto del gioco delle parti, resta il fatto che lo Stato ancora una volta non è riuscito a tutelare il diritto costituzionale a manifestare senza trasformare il dissenso in tema di ordine pubblico. E poi c’è la politica. Già.
Da 48 ore, e chissà per quanti giorni a venire, è un continuo susseguirsi di dichiarazioni indignate e di condanna delle violenze.
La stessa classe politica che da mesi si mostra oltremodo timida nel condannare le violenze sistematiche in atto a Gaza.
Non è mettere sullo stesso piano cose diverse. È chiedere coerenza. Se il diritto e la legalità valgono, devono valere sempre.
Altrimenti non è principio. È convenienza, o chiamatela ipocrisia.
L’ ipocrisia di chi trova fondi per il riarmo, ma taglia su riscaldamenti e servizi nelle scuole.
In un paese dove la gente comune fa fatica ad arrivare a fine mese, chiedersi come spendiamo le risorse non è ideologia. È buon senso. Puoi schierare esercito e polizia, ma se non metti al centro i bisogni reali, stai solo spostando la polvere sotto il tappeto. E prima o poi lo schifo viene fuori.
Il Burnin' and lootin' a cui abbiamo assistito, probabilmente, non è un programma politico. È, molto più banalmente, l'effetto di quanto succede quando per un attimo saltano tutti gli equilibri.
Non sappiamo se quei ragazzi volessero protestare, rubare, sfidare la polizia o solo esserci per dire "ci siamo anche noi". Inventarsi una coscienza politica collettiva magari intrisa di nostalgismo anni '70, col rischio di romanticizzare qualcosa che tutto ha fuorchè di romantico, sarebbe falso o volutamente ideologico.
Ma fermarsi a dire solo "sono delinquenti" è fin troppo comodo.
Milano non ha scoperto le periferie questo weekend. Le ha viste esplodere attraverso i cocci di un vetro rotto in centro.
Oggi ci svegliamo con la consapevolezza che il patto sociale tra cittadini e istituzioni mostra delle crepe sempre più profonde.
Spaccare una vetrina o un auto è violenza. Costringere una generazione a esclusione e marginalità anche.
Le vetrine le ripari in una settimana. La fiducia e la sensazione di appartenere a una comunità, no.
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