A lezione di reggae: perchè la musica jamaicana è entrata nell'alta formazione italiana.

La musica giamaicana nell'alta formazione italiana. Il 9 maggio, nell’Auditorium Lattuada di Milano, la popular music della Giamaica e della sua diaspora è stata al centro di un seminario della Civica Scuola di Musica Claudio Abbado, istituzione di alta formazione musicale appartenente al sistema AFAM. Il titolo dell’incontro era Bass Culture: la popular music della Giamaica e della diaspora giamaicana.
Non si è trattato di un appuntamento dedicato semplicemente agli appassionati di reggae. Il seminario faceva parte del ciclo “Aspetti della popular music globale”, un programma di incontri di etnomusicologia che affronta musiche provenienti da differenti contesti geografici e culturali. Al centro dell'appuntamento milanese sono finiti mento, ska, reggae, dub e raggamuffin e il loro rapporto con la storia della popular music globale.

 

 

Un seminario parte di un ciclo, non un episodio

Il seminario sulla Giamaica era il terzo di quattro appuntamenti.
Il 28 marzo il ciclo aveva affrontato la popular music senegalese, dalle influenze cubane fino a mbalax e rap. Il 18 aprile era stata la volta delle musiche popolari e d’autore della Grecia del Novecento, dal rebetico all’entechno. Dopo l’appuntamento dedicato alla Giamaica del 9 maggio, il 6 giugno il programma si è concluso con un incontro sulla popular music spagnola dal secondo dopoguerra a oggi, dal flamenco al pop della movida.
Il filo conduttore è quindi più ampio della singola musica giamaicana: la popular music viene affrontata come fenomeno culturale globale, attraverso la storia, i contesti sociali e le trasformazioni musicali che hanno accompagnato la nascita e la diffusione dei diversi generi.
Questa cornice rende ancora più interessante la presenza della Giamaica. Mento, ska, reggae, dub e raggamuffin non vengono presentati soltanto come generi musicali, ma come parte di una storia culturale che dall’isola caraibica ha avuto conseguenze molto più ampie.
L'Italia non ha vissuto un fenomeno migratorio caraibico paragonabile a quello registrato nel Regno Unito con la Windrush generation, arrivata dai Caraibi tra il 1948 e gli anni Settanta, né ha sviluppato comunità giamaicane strutturate come quelle di Londra, Birmingham o Amsterdam. Mancano di conseguenza, in larga parte, le fonti di prima mano che altrove hanno alimentato per decenni giornalismo, ricerca e produzione culturale sul tema: testimoni diretti, archivi di comunità, una rete di operatori cresciuti dentro quella cultura. In un contesto simile, il lavoro accademico può diventare un contributo particolarmente prezioso.

 


 

Lo sguardo dell’etnomusicologia

A curare il seminario sulla Giamaica è stato Simone Garino, polistrumentista, compositore e docente di etnomusicologia alla Civica Scuola di Musica Claudio Abbado.
Il suo percorso attraversa jazz, improvvisazione e musica contemporanea. È un dettaglio che rivela come l'analisi della musica giamaicana possa essere affrontata anche al di fuori del circuito strettamente interno alla "scena reggae".
L’etnomusicologia, infatti, non studia soltanto la struttura musicale di un genere. Prende in considerazione anche i contesti nei quali quella musica nasce, viene utilizzata, trasformata e trasmessa.
Nel caso giamaicano significa quindi poter parlare non soltanto di ritmi e produzioni discografiche, ma anche di diaspora, tecnologia, identità, industria musicale e circolazione internazionale dei suoni.

Perché la musica giamaicana è diventata oggetto di studio?

L'interesse istituzionale nei confronti della musica giamaicana non nasce certamente nel 2026.
Nel 2018 l'UNESCO ha inserito il reggae della Giamaica nella Representative List of the Intangible Cultural Heritage of Humanity. Nella motivazione, l'organizzazione riconosce al reggae un ruolo nella discussione di temi come ingiustizia, resistenza, amore e identità e ne sottolinea la diffusione internazionale.
Il riconoscimento UNESCO rappresenta uno dei passaggi che hanno contribuito a consolidare la considerazione del reggae come fenomeno culturale di rilevanza internazionale, oltre la sua dimensione puramente commerciale. Ma in Europa esistono anche precedenti più direttamente legati agli ambienti accademici. 

La Bass Culture studiata in Gran Bretagna

Nel Regno Unito, il rapporto tra musica giamaicana e ricerca accademica ha prodotto progetti di dimensioni ancora maggiori.
Tra questi, a partire dal 2016, c'è Bass Culture Research, progetto finanziato dall'Arts and Humanities Research Council e guidato da Mykaell Riley, direttore della Black Music Research Unit dell'Università di Westminster, con l'obiettivo di mappare l'impatto della musica giamaicana sulla cultura britannica dagli anni Cinquanta a oggi. Il progetto aveva già prodotto, l'anno precedente, il Grime Report: un dossier che documentava la discriminazione sistemica contro i generi di origine caraibica e nero-britannica e che portò al ritiro del modulo 696, lo strumento di risk assessment usato dalla polizia londinese per condizionare l'organizzazione di eventi legati a grime, drill e generi collegati. Da lì Bass Culture Research ha prodotto una mostra (Bass Culture 70/50, Londra 2018), un documentario e oltre settanta ore di testimonianze raccolte tra musicisti, operatori dell'industria e pubblico nero britannico.
È un precedente significativo perché parte da una prospettiva che vede la musica giamaicana non come semplice importazione musicale, ma come elemento capace di trasformare il contesto culturale nel quale viene adottata e reinterpretata.

 

 

E la dancehall music?

Il seminario milanese si ferma, nella terminologia scelta, a mento, ska, reggae dub e raggamuffin. La dancehall contemporanea propriamente detta - quella seguita alla trasformazione digitale inaugurata da "Sleng Teng" a metà anni Ottanta - non sembra figurare tra gli argomenti indicati nel programma. Non è necessariamente un'esclusione deliberata: più probabilmente è una scelta di impostazione storica, concentrata sulle radici piuttosto che sugli sviluppi più recenti. Ma resta un confine da annotare. Il seminario della Civica Scuola Claudio Abbado rimane comunque un segnale interessante: in Italia, la musica giamaicana può essere osservata non soltanto dalla prospettiva degli appassionati e degli addetti ai lavori, ma anche attraverso gli strumenti dell'alta formazione e dell'etnomusicologia.
Perché studiare la musica giamaicana significa anche chiedersi come una piccola isola dei Caraibi abbia sviluppato un sistema musicale capace di influenzare generazioni di artisti, produttori e scene in tutto il mondo dagli anni ’50 fino ai giorni nostri.

Fonti
 - Fondazione Milano, pagina dell'evento 9 maggio – Bass culture: la popular music della Giamaica e della diaspora giamaicana
- UNESCO, iscrizione del reggae nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell'Umanità (29 novembre 2018), riportata da agenzie e testate (ATS/RSI, AFP/Le360, Ilfattoquotidiano.it)
- Bass Culture Research, University of Westminster / Black Music Research Unit, Goldsmiths CUCR
- Simone Garino / Mizookstra, biografia artistica (rockit.it; Istituto Italiano di Cultura di Oslo, esteri.it)

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